giovedì 25 dicembre 2014

L'Arte di Amare ...



"Chi ama davvero ama il mondo intero, non soltanto un individuo particolare."
Erich Fromm - L'arte di amare

Leggendo un racconto nella Community di Gabbia (http://community.gabbia.com/blogs/entry/Schiava-che-appartiene-al-Padrone-o-Padrone-che-appartiene-alla-Schiava) ho ripreso in mano un tema che per tanto tempo s'è dibattuto nei vari forum e durante le lunghe, interminabili, discussioni ai munch, alle cene, nei salotti e nelle feste private del SM: la natura intrinseca della relazione sadomaso.


Secondo Erich Fromm la relazione sadomaso (e per sadomaso intendo BDSM) è una relazione simbiotica, nella quale entrambi i partecipanti, la parte sub (masochista) e la parte Dom (sadico/a) trovano un modo per riempire un vuoto affettivo, colmare un'assenza, una mancanza, stendere un ponte sopra un abisso sentimentale.


Nel racconto, che è espressione libera e dignitosa di un'opinione, sono due i temi portanti: la supremazia dell'amore convenzionale (fatto da baci e carezze, affetto e parità sostanziale dei soggetti coinvolti) sulla relazione SM e la funzione "meccanica" della parte dominante, una sorta di accessorio sostituibile in quanto materializzazione di un desiderio, proiezione di una fantasia.


Il racconto, lungi dall'avermi urtato, mi ha fatto sorridere ed è piacevole, distensivo e divertente. In effetti rappresenta due elementi del moderno intendere il sadomaso, complementari e complici della confusione: la riduzione del sadomaso ad un'attività pressoché genitale di "dare ordini e ricevere ordini" e l'enfasi al paragone tra relazione sadomaso e relazione affettiva.


L'esperienza personale m'insegna che il percorso disegnato dall'autore del racconto, la scelta tra il rimanere schiava e l'amore convenzionale, nella realtà è spesso, la gran parte delle volte, inverso rispetto quello narrato. E già qui l'esperienza supera la fantasia (ingenua) del narratore.


Gran parte delle donne incontrate nella scena, mie partner, mie amiche, mie schiave, mi raccontano e testimoniano di amori convenzionali e appassionati che non arrivano a colmare il vuoto esistenziale, il desiderio, la tensione a qualcosa di diverso se non "di più".


A volte la scelta tra la relazione d'amore e la relazione sadomaso è straziante, il semplice pensiero di "tradire" il proprio partner per qualcosa che si sente dentro impellente e irrinunciabile ma pure "esterno, anomalo, perverso" è già di per sé un'agonia di sensi di colpa e di dolore morale.


Eppure alla fine a questa scelta si perviene e, quasi sempre, questa scelta è verso l'esperienza sadomaso. Il cuore s'arrende alla testa, alla spinta, al desiderio.


Se poi, con più attenzione, osserviamo gli uomini di queste coppie "convenzionali" ci rendiamo conto che contengono, nel carattere incisivo e autoritario, nella cultura spesso fortemente maschilista, la radice e la promessa di una relazione sadomaso inconsapevole - a volte culturale, a volte istintiva - e mai compiutamente realizzata.


Non è strano e non è paradossale che una donna ami un carattere sadico e autoritario se di per sé ha, nel suo io, anche una sola punta di masochismo.


Ma la promessa non può essere mantenuta, il più delle volte, perché "amore" declinato al convenzionale prevede che ogni sbilanciamento sia fonte d'ingiustizia, ogni ordine sia fonte di ribellione. Amore, declinato al convenzionale, esige e deve prevedere una totale parità non solo nella sostanza ma anche nella forma. Questa parità che nello sbilanciamento SM si ottiene con un contratto (anche non scritto ma palese) non può essere rispettata se le leggi che regolano la relazione sono esterne alla coppia o unilaterali, imposte non per condivisione ma per condizione.


Un amore che contiene in sé una promessa ma che non mantiene la promessa è percepito come "tradimento" anche se il tradimento non c'è stato. Le donne, esseri sensibili e straordinari nella loro complessità, sono capaci d'amare incondizionatamente anche se tradite ma non tollerano il tradimento all'amore. Non sono in grado di passare sull'atto di dominarle senza prendersene la responsabilità, di accampare gelosie senza piantare un fisso paletto di possesso che implica protezione, attenzione, cura, respiro, realizzazione.


Le donne, creature che danno la vita e alle quali ciascuno è debitore per la propria vita, non accettano di veder sciupare la loro promessa (sempre mantenuta) di appartenenza al proprio uomo, alla propria casa, alla propria famiglia senza che questa non venga neanche riconosciuta.


A maggior ragione le donne che nel profondo dell'anima fanno dell'appartenenza un motivo di vita e di respiro non possono sopportare che questa non venga neanche notata, passi inosservata, si dissolva nel mare di un possesso "per diritto morale, divino o culturale"; un possesso che prescinde da loro, che non rima con la loro appartenenza, che è applicabile a chiunque: per il quale loro sono intercambiabili.


Non è strano quindi che una donna, alla fine, ricerchi fuori dalla sua relazione d'amore, quello che in quella relazione inconsapevolmente ha cercato e che non le è stato dato; a volte neanche le è stato moralmente e affettivamente riconosciuto.


A volte, rivolgendomi ai compagni, ai mariti di queste donne chiedo: "ma davvero mi stai servendo la tua donna su di un vassoio d'argento? Davvero vuoi rischiare di perderla e ti vuoi perdere la fortuna, l'onore, la felicità di possedere - per lei e per te - una creatura così speciale?"


Sorrido nel leggere il racconto e non ne sono urtato. Magari finisse dove l'hanno interrotto. Ma non è così. All'illusione di una promessa deve seguire la concretezza di una relazione dove il bisogno, la necessità, di appartenere nel corpo e nell'anima, essere custodita come gemma preziosa, essere orientata, guidata, centro, motore e motivo della relazione, siano appagati e completati.


La realtà che segue è davvero più triste e io mi prendo la responsabilità di testimoniarla qui per nome e conto delle schiave che, magari, ho deluso e dalle quali, magari, sono stato deluso ma che mi hanno reso testimone del loro percorso, delicato e complesso, sofferto fino a sanguinare, difficile e duro. Presto la fiamma s'esaurisce e spesso le ceneri covano l'amore ancora vivo della donna che attende ordini dal suo uomo, negli ordini il riconoscimento che lei esiste ed è importante, ma giorno dopo giorno, soffio di vento dopo soffio di vento, grado dopo grado la cenere si disperde e si raffredda.


Se mai è stata nel giardino del sadomaso vorrà tornarci, sentendosi pure in colpa per questo desiderio.

Se non è mai stata lì alla fine incontrerà un cancello e un uomo che potrà e vorrà portarcela. E qui il pericolo di perdersi diventa realtà perché non importa che tipo d'uomo sarà: se colma, anche solo per un secondo, la solitudine infinita di una donna che aspetta da un'eternità può essere il peggiore degli uomini ma sarà, sicuramente, il benvenuto.


Non sono gli ordini a legare una schiava al suo Padrone ma il fatto stesso che ordini le vengono impartiti perché non s'impartiscono ordini ad un'ombra. Semmai è "come" si ordina alla propria schiava l'obbedienza che fa la differenza. Se possiedo è perché possiedo un bene prezioso. Se ricalco l'indifferenza di un ordine che deve essere eseguito per norma legale ricaccio la mia schiava al suo ruolo di "concetto", le tolgo la dignità di sottomessa e così la svesto della sua stessa esistenza. Torna un'ombra tra le ombre. Non s'impartiscono ordini giusto per farlo: in ogni ordine c'è un messaggio e il messaggio deve essere forte e chiaro, sempre lo stesso, senza variazioni "tu esisti e per me sei importante, tu esisti ed esisti per servirmi, tu mi servi".


Non è l'appartenenza che lega un Padrone alla sua schiava - ogni donna è capace di appartenenza, è insito nell'esistenza il desiderio di appartenere ad un luogo, ad una relazione, ad una persona - ma è il possesso declinato come attenzione, presenza, forza, messaggio costante di esistenza in vita, di orgoglio reciproco nel reciproco riconoscersi e conoscersi.


Il legame è tale perché è simbiotico. Non possiamo, da Dominanti, dichiararci "Master/Padroni" se questo possesso non esiste, se non esiste relazione. E semmai relazione c'è ancora non possiamo definirci Master/Padroni, se non ne abbiamo in carico la responsabilità emotiva e spirituale prima di quella fisica e morale.


In fondo il racconto, nella sua apparente ingenuità, rivela un modo "moderno" d'intendere una relazione sadomaso, è specchio dei tempi in cui le cose sono "consumate" giusto perché esistono e altri le consumano.


Ma io sono un sadico e non voglio/posso essere un Master. A volte dico che non me ne frega un cazzo ma un po' mi rode che tante creature splendide, desiderose solo di donare e donarsi, debbano accontentarsi di Padroni che è così facile lasciare per abbracciare una relazione convenzionale che finirà tra una partita di coppa del mercoledì e un tradimento consumato in un motel o in un dungeon di sottoscala.


A volte - spesso - ritornano e quando ritornano sono sconfitte, umiliate e tristi. Deluse dalla vita e ferite nell'anima.


Se possiamo dobbiamo accoglierle con tanto amore e tanta delicatezza.


In fondo è vero: se ami qualcuno è perché ami tutto il mondo e se ami il mondo non puoi fare a meno di amare le creature più delicate e belle di Madre Terra: le sub, le masochiste, le donne che vivono per appartenere e che nell'appartenere trovano il motivo per vivere.


Questo detto, però, resto sadico e impenitente: non ci provate nemmeno, stavo solo scherzando ;-).

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